domenica 26 giugno 2016

MOSTRAMI COME TI SIEDI E TI DIRO' CHI SEI


MOSTRAMI COME TI SIEDI E TI DIRO' CHI SEI 


Come possiamo notare dalla foto le gambe accavallate in questo modo non sono indice di buon rapporto tra i due personaggi.

Entrambi con la loro gamba accavallata formano un barriera verso l’altro, è un tipico segnale di rifiuto gestuale.

Possiamo controllare la nostra mimica facciale, possiamo controllare le mani, ma molto spesso i piedi sfuggono al nostro controllo e la foto ne è un tipico esempio.






Un altro movimento molto interessante lo troviamo nell’accavallare le gambe nella tipica posizione “a quattro” come quella rappresentata qui sotto:





È una variante più aggressiva della posizione “gambe accavallate”, perché la caviglia è poggiata sul ginocchio dell’altra gamba.

In questa posizione la persona disapprova quanto sta succedendo, ma al momento non dice nulla.

Di certo sarà pronta ad attaccare al più presto, quando se ne presenterà l’occasione, lasciando questa posizione di difesa.
Il blocco della gamba può essere ancora più accentuato se entrambe le mani bloccano la caviglia, quasi per impedire di scalciare.

Quando in una situazione di vendita abbiamo il nostro cliente che prende questa posizione, è meglio non sollecitarlo a decidere, perché fino a quando manterrà la sua posizione rifiuterà qualsiasi opinione differente dalla sua.



Esistono comunque vari modi per sedersi



Chi siede con le gambe larghe, tipico del sesso maschile, mostra un desiderio di dominio sugli altri.

In genere si dice che i maschi vogliano mettere in mostra la loro virilità e questo gesto, come per gli animali, è come una sfida verso altri soggetti maschili, come a voler sfidare il branco, specialmente quando si vuole corteggiare un soggetto femminile.


Anche da seduti la direzione del piede indica le nostre intenzioni, infatti mostra la nostra simpatia se punta verso un particolare soggetto, mentre se, stando seduti a gambe larghe, il piede oscilla lievemente con movimenti che sembrano “calci trattenuti”, mostra la nostra aggressività.




Tra i vari modi di sederci, può anche capitare che ci si sieda a cavalcioni sulla sedia, con le braccia sullo schienale, come nella fig. sopra.



In questa posizione il gesto esprime una voglia di dominare, come se fosse un’imitazione di una posizione a cavallo, con lo schienale usato come scudo e la sedia come sella.

In questa posizione si cerca di prendere il comando della situazione, ma qualcosa impedisce di essere rilassati, quindi la posizione esprime una insicurezza di base.

Per disarcionare l’altro da questa posizione aggressiva, è utile mettersi di fianco o leggermente dietro di lui, in modo da metterlo a disagio, costringendolo a cambiar posizione.

Altrimenti, mettersi in piedi davanti a lui fino ad invadere la sua area intima, obbligandolo, se vuole parlarci, ad assumere una posizione del tutto innaturale, cioè con il mento alzato.

Comunque sia, conviene cambiare al più presto questo posizione, perché una volta che il nostro interlocutore l’ha adottata può snervarci, tenendo per sé le redini il discorso, per tutto il tempo che vuole.




Una variante di questa posizione è la gamba sul bracciolo della sedia, tipico gesto maschile, anche perché implica il divaricare le gambe; questo gesto non solo denota il possesso della sedia da parte di chi lo compie, ma anche un atteggiamento aggressivo, seppur inconscio. 

Mettere la gamba sul bracciolo può essere irritante in una comunicazione: più si resta in questa posizione, più si avranno atteggiamenti disinteressati e aggressivi. 

Altro modo di sedersi che possiamo trovare di frequente è il dondolarsi.

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Questo è un gesto che esprime generalmente impazienza, mette anche una diffusa ansia in chi ascolta; spesso chi lo usa desidera concludere il prima possibile un discorso, magari perché si sente di avere già una soluzione, è come se dicesse “Ti lascio finire, però fai in fretta così ti dico cosa devi fare”.

Abbiamo in maggior misura visto i gesti che può compiere un soggetto maschile da seduto, ma per par condicio mi sembra doveroso descrivere il significato di alcune posizioni che le donne vanno ad assumere da sedute.

Una tipica è lasciare le punte dei piedi che puntano in fuori.

È una posizione adottata da donne che mostrano in genere un carattere piuttosto istintivo e spontaneo, attive e molto dinamiche che spesso lottano per raggiungere i loro scopi.

A volte però le punte dei piedi sono rivolte all’interno: è una posizione tipo “brava ragazza”, che cerca di fare tutto in modo molto meticoloso e preciso, curando bene i dettagli di ogni cosa.


Se si vuol convincere questo tipo di donna bisogna però fare i conti con la sua timidezza e pignoleria, quindi può diventare difficile convincerla a modificare qualche sua abitudine.

Quando invece notiamo le punte dei piedi unite, generalmente siamo di fronte ad una personalità rigida; spesso questa posizione è accompagnata dalle mani raccolte in grembo.

È questa una posizione che comunica l’incapacità di esternare le proprie emozioni in pubblico, adottando un atteggiamento freddo e controllato.


Diventa difficile, per queste donne, avvicinarsi agli altri.

Abbiamo visto come l’uomo, per attirare l’attenzione della donna, sieda con le gambe divaricate; la donna invece, da parte sua, esprime il suo desiderio di seduzione accavallando le gambe nella loro posizione parallela, tipica femminile.




La gamba che sovrasta l’altra, lascia il polpaccio premuto sul ginocchio sottostante, conferendo alla gamba un aspetto più turgido.

Tratto dal sito : http://www.group.formaementis.net/


domenica 19 giugno 2016

PIU' ELABORATI SONO I NOSTRI MEZZI DI COMUNICAZIONE, MENO COMUNICHIAMO






Fare una buona prima impressione è fondamentale in qualsiasi rapporto umano, ma non è tutto.

Il difficile inizia proprio ora, perchè il mantenere una buona impressione, non sempre è un compito facile. Non è facile neanche riuscire a comunicare tutto ciò che vogliamo trasmettere al nostro pubblico.

Se siamo degli insegnanti e dobbiamo trasferire le nostre conoscenze tecniche/teoriche ai nostri allievi, possiamo trovare delle difficoltà se non accompagniamo delle immagini alle nostre parole, perchè la sola informazione verbale, se non suscita una qualche emozione, tende ad esser dimenticata subito.

Immaginiamo di essere riusciti a far breccia nel nostro interlocutore, abbiamo in qualche modo suscitato una splendida prima impressione, avvalorata anche da una stretta di mano di tipo paritaria.

Ora entrano in gioco anche le parole, o meglio, entra in gioco anche il paraverbale e il non-verbale.

Conoscere quindi come lavora il linguaggio del corpo, diventa uno strumento indispensabile.

Spesso il verbale è usato per dare informazioni più che per suscitare emozioni; questo è vero in particolar modo per gli insegnanti, oppure per docenti di corsi altamente tecnici, o anche per qualsiasi altro professionista addetto alla divulgazione di determinate conoscenze di tipo informativo.

Che tecniche possiamo usare per non rendere noiosa 
una comunicazione basata per la maggior parte 
su contenuti non emozionali?

Come possiamo valorizzare 
al massimo un contenuto 
di sola informazione logica?

Un buon docente sa che è importante riuscire a trasmettere specifiche informazioni ai partecipanti, ma allo stesso tempo non può trascurare la possibilità di fargliele ricordare.




L’unico grande problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo.
(George Bernard Shaw)




Se il docente sente questa responsabilità, sa che l’informazione che deve dare è carente sul piano emotivo (ricordiamo che si tratta di processi informativi), quindi se vuole ottenere che i suoi insegnamenti vengano mantenuti nella memoria dei partecipanti dovrà usare opportuni metodi.

Allo stesso modo un formatore, per quanto preciso possa essere, sa che la sua comunicazione subirà delle perdite di contenuto, prima che arrivi al pubblico.

Un vecchio detto nel mondo nelle arti marziali dice: “per quanto tu possa sforzarti, il meglio di te ai tuoi allievi non puoi trasferirlo”, ed è assolutamente vero, io stesso, insegnando arti marziali da più di venti anni, mi sono accorto della veridicità di questo principio.

Voglio fare un altro esempio: quanti di voi hanno avuto almeno una volta la certezza di parlare e di non essere compresi?

È comune a molte persone la consapevolezza che, non sempre, la comunicazione avviene in modo positivo e fruttuoso; a volte può anche capitare che, al contrario di tutte le nostre attese, ciò che abbiamo detto non corrisponde a ciò che abbiamo trasmesso.

Come è possibile che accadano 
queste perdite di contenuto?

Che metodi possiamo usare per limitarne gli effetti?


Se voglio esprimere il mio pensiero, cioè dire il 100% di quel che so, nel parlare riuscirò a malapena a riferirne il 70%, quindi tra pensiero e parole avrò una perdita del 30%.

In fase di ascolto il nostro interlocutore riuscirà a sentirne il 50%, vuoi per distrazione, vuoi perché il cervello rallenta quando deve fare alcune cose insieme (prendere appunti, ascoltare, sistemarsi meglio sulla sedia, ecc): avremo quindi un ulteriore calo di informazione.

Attenzione, perché questo effetto domino ancora non è finito, abbiamo un’altra fase, quella della comprensione da parte dell’ascoltatore: infatti, il sentire è una cosa e il comprendere è un’altra.

In questa fase è dimostrato che il ricevente capisce solo il 30% di quello che l’emittente dice, e riesce a ricordare solo un misero 10%.

Riassumiamo il tutto:
  1. Pensiero Intendo dire 100 cose (o esprimere il 100%)
  2. Emissione Riesco a dirne circa 70 (almeno solo a parole)
  3. Ascolto L’interlocutore ne ascolta solo il 50%
  4. Comprensione Ne capisce circa un 30%
  5. Ricordo Solo il 10% viene ricordato


“So che pensate di capire quello che ho detto, ma non sono sicura che vi rendiate conto che quello che avete sentito non è quello che intendevo”


(Madelyn Burley-Allen)



Questi dati ci devono far riflettere, perchè spesso la nostra volontà di dire tutto contrasta con l’evidente incapacità del nostro interlocutore di afferrare ogni dettaglio al cento per cento.


A questo punto, trovare un escamotage a questa situazione risulta fondamentale, per cui vale di più la pena meditare su come rendere congruente il verbale con il non verbale, piuttosto che concentrarsi solo su cosa dire.

Per fare un esempio, quando sentiamo queste parole: “durante la festa saranno distribuiti simpatici gadget”, si presuppone che l’altro abbia chiara in mente l’immagine di cosa sia un gadget: è indiscutibile il fatto che quanto più si rende familiare l’immagine al ricevente, tanto più egli sarà in grado di completare l’informazione con facilità (V. Birkenbhil, 2003).


Nasce allora spontanea la domanda: 


“Come possiamo fare per ottenere nel nostro/i interlocutore/i una sufficiente ritenuta in memoria?”


La soluzione è ancora una volta nella congruenza tra gli elementi della comunicazione: verbale, paraverbale e non verbale.


Ricorrere a metafore, o meglio ancora a supporti visivi all’interno del discorso, migliora l’attenzione, perché l’uomo è più attratto dalle immagini che dalle parole, ma anche le parole visualizzate attirano l’attenzione, perché sfruttano contemporaneamente due canali sensoriali: il visivo e l’uditivo.

Le metafore, se sapute usare durante un colloquio sono uno strumento potentissimo; circa duemila anni fa c’era un grande comunicatore che riusciva a farsi capire alla perfezione, parlando per parabole.


Più elaborati sono i nostri mezzi di comunicazione, 
meno comunichiamo. 
J. Priestley




Poniamo il caso di dover parlare davanti a molte persone: sarà utile accompagnare il verbale con supporti visivi, infatti ben l’85% di ciò che ricordiamo è legato alle immagini.

Le aziende che si occupano di comunicazione sono talmente consapevoli di questo, che istruiscono i propri venditori all’uso dei depliant contenenti immagini che fungano da supporto al messaggio verbale.

Anche per questa ragione è ormai da trent’anni che le compagnie aeree hanno deciso di modificare le istruzioni per le procedure di emergenza presenti sui velivoli: dove prima c’era un 90% di parole e un 10% di immagini, ora la percentuale è totalmente rovesciata, toccando talvolta punte del 95% di sole immagini (Sansavini, 2000).

Se ci troviamo a comunicare con un amico, è comunque utile accompagnare il verbale con il linguaggio del corpo usando per esempio le mani

Diversi esperimenti sono stati eseguiti su soggetti ai quali è stato chiesto di parlare impedendo loro di muovere braccia e mani, e è stato dimostrato che il non poter usare gli arti per esprimersi provocava esitazioni, fatica nel trovare le parole giuste e difficoltà nel seguire un filo logico.

Solo sottoponendo i nostri ascoltatori ad una pratica sperimentale e ad esercitazioni durante lezioni noiose o pesanti si riesce a sfiorare il 90% dell’apprendimento e questo è ben noto agli insegnanti scolastici e a noi formatori, infatti è proprio questo il motivo che ci spinge a fare esercitazioni in aula.

Possiamo sempre avere un buon risultato (circa l’80%) se accompagniamo il verbale con una discussione, aprendo la lezione al confronto e alla elaborazione mentale.

Da qui nasce per i formatori, i docenti, i politici, i religiosi in genere, la necessità di coinvolgere, far partecipe l’auditorio per stimolare interesse e l’apprendimento.


Ciò che non puoi comunicare rovina la tua vita - 
Robert Anthony


Risultati più deludenti li abbiamo se accompagniamo le parole solo con supporti visivi, in questi casi possiamo arrivare al 50% del livello di memorizzazione, un po’ poco, ma sempre maggiore del solo linguaggio verbale, il quale è fermo al 20%. 

Infine, acquisiamo solo il 10% con la lettura passiva, ossia la lettura normale, senza sottolineare o trascrivere a margine (Sansavini, 2000).

Quando ci troviamo nella necessità di comunicare qualcosa, può quindi esserci d’aiuto un supporto visivo, ma quanti supporti abbiamo a nostra disposizione senza rendercene conto, ogni giorno?

Il più importante di tutti siamo… NOI, con la nostra gestualità, il nostro sorriso, la nostra prossemica ecc.

Un secondo supporto lo potremmo prendere in prestito dall’ambiente circostante: arredi, finestre e tutto quello che può essere usato a nostro favore può diventare supporto visivo; al contrario, restando indifferenti all’ambiente in cui ci muoviamo, ci mostreremo solo come un predicatore e il suo fiume di parole isolato dal mondo.

Sia il modo che il contesto influenzano la presentazione delle informazioni.

Tratto dal sito : http://www.group.formaementis.net/

domenica 12 giugno 2016

DIFFIDARE DI CHI TI PROMETTE UN RISULTATO CERTO

L’illusione di onnipotenza è quell’illusione che talvolta si installa in qualcuno quando scopre la possibilità di avere la reale possibilità di “influenzare” le persone, le cose, e gli eventi intorno a se, che è un po’ ciò che è possibile fare, con il giusto esercizio, imparando ad usare una parte superiore del potenziale della propria mente.

Ma attenzione alle parole: parliamo di INFLUENZARE le cose, non DETERMINARLE CON CERTEZZA ASSOLUTA.

O meglio: in qualche caso si arriva ANCHE a determinarle… ma qui è un gioco sottile.




Mi spiego meglio.

Io posso imparare a “SETTARE” un’intenzione, e in qualche modo “DETERMINARE” (ma occhio al significato della parola) il futuro.

Ad esempio: setto l’intenzione “vincerò la maratona di new york”.

Si può fare? Si.
Funziona? Si (in un certo senso).
Sempre? Si (in un certo senso).

In che senso funziona SEMPRE?

Funziona sempre nell’INFLUENZARE un risultato, ma non è detto che lo DETERMINI.

Faccio un esempio che non prende in gioco la componente mentale per capirsi meglio.

Io posso tranquillamente decidere di vincere la maratona di New York, e a quello scopo, ALLENARMI in modo intenso per quella maratona.

Questo allenamento (fisico non mentale) INFLUENZERA’ il risultato della mia maratona?
Si.

Sempre? SI, sempre. Lo influenzerà SEMPRE.

Tuttavia questo allenamento FISICO mi darà la garanzia di vincere la maratona?No.

Semplicemente perché questo non è nelle nostre possibilità di esseri umani, soprattutto quando parliamo di situazioni vincere-perdere (dove il fatto che vince uno per forza significa che perde qualcun altro).

Altrimenti se due persone settassero la stessa intenzione, dovrebbero vincere entrambe, e ciò, benché possibile in campo quantistico, sarebbe impossibile nella realtà che conosciamo.


Ecco: come ciò vale per l’allenamento fisico, vale anche per l’allenamento mentale.

Più in generale dunque nel mondo materiale questo vale in QUALSIASI campo: la CERTEZZA del risultato è fuori dalla nostra portata.

A onor del vero però, se fai TUTTA una serie di cose, possiamo dire con certezza che spostiamo la possibilità che un evento accada più dalla nostra parte rispetto a quando abbiamo iniziato.

E sempre a onor del vero, esistono GRADI DIVERSI di abilità nella capacità di “spostare le probabilità” verso un determinato risultato.

Tanto per dire: se un esperto di marketing si mette a fare una campagna su Adwords, avrà (molte) più probabilità di ottenere il risultato rispetto a chi non è esperto. Ma dirò di più: in qualche caso potrebbe anche arrivare ad avere una QUASI certezza di riuscire a portarlo a casa.

Stessa cosa vale con l’influenza del potere della mente sulla realtà.

Ciò che è senza dubbio vero è che più ti alleni, più hai probabilità di produrre buoni risultati.

Quando uno è CERTO di ottenere qualcosa invece si parla, tecnicamente, di “Miracoli”. Io personalmente non ho ancora conosciuto nessuno di persona che fosse in grado di farli davanti a me (ma magari prima o poi qualcuno incontrerò).

Io ho visto più volte che la mente è una delle più potenti cause determinanti di un esito.

Un conto è capire che è possibile INFLUENZARE (e in modo PESANTE) la propria realtà, usando il potere della mente.

Un altro conto è pensare che questa influenza produca un risultato CERTO in un tempo FINITO.

Questo è TUTTO un altro paio di maniche.

Ma se ci pensi bene, è la stessa cosa del marketing, o delle vendite.

Esiste la “formula da 1 milione di dollari che porterà il tuo business a 7 cifre in un anno?” No.

Esiste “il sistema di vendita infallibile che trasformerà i tuoi venditori brocchi in dei ninja super potenti”? No.

Tuttavia sia il primo claim (esagerato) che il secondo (anch’esso esagerato), produrranno una INFLUENZA, e in qualche caso anche il risultato desiderato.

Aumenteranno la probabilità cioè che, anche un business con poche possibilità, abbia successo.

O che un venditore “brocco” possa fare meglio di prima.




Ma una cosa è “mettere le probabilità dalla propria parte”.
Un’altra cosa è dare la CERTEZZA di un risultato.

Io personalmente ti invito a DIFFIDARE da chi ti promette la CERTEZZA di un risultato.

Si, perché ci sono anche persone che parlano in termini di CERTEZZA, cioè dicono: “è CERTO che tu otterrai un risultato”.

Ora: chi dice questo, ha sempre ragione, nel 100% dei casi?
La risposta breve è NO.

 Il mio suggerimento è questo:

– capisci la distinzione tra “aumentare le possibilità” e determinare un risultato; Se per te “aumentare le possibilità” non è interessante, allora tutte queste cose, tra cui tecniche di marketing, tecniche di vendita, e tecniche di “potenziamento mentale” sono senza senso: non ti conviene nemmeno dedicarci tempo. Se vuoi la certezza, queste cose non fanno per te.

– comprendi che NON sei onnipotente, dunque se l’impegno è sotto la tua totale responsabilità, il risultato finale lo è SOLO IN PARTE (ma è comunque SEMPRE tutta tua responsabilità, sembra un contro senso ma non lo è.).

– comprendi che chi ti promette un risultato certo SEMPRE, può fare questo con un motivo nobile o meno nobile. Su queste persone sta a te percepire la loro “intenzione”. In tutti i casi “certo sempre” difficilmente è di questo mondo. Ma qualche volta si (se no ti direi che questa affermazione è SEMPRE falsa, ma sempre non esiste)

Tratto dal sito : http://www.jlmarshall.it/

domenica 5 giugno 2016

RICONOSCERE LE MENZOGNE AL TELEFONO

RICONOSCERE LE MENZOGNE AL TELEFONO 



Se siete tipi “auditivi” potreste essere molto portati per identificare le menzogne anche da come si parla.

Esistono modi per rivelarlo?

Sì, anche se sono più complessi.

Come premessa diciamo che è molto difficile mantenere lo stesso tono di voce quando si sta mentendo.

La voce e soprattutto le corde vocali si caricano di tensione durante una bugia, e il risultato sarà una variazione di tono.

Se usiamo un microfono sensibile, si scopre che NESSUNO sa mentire in modo perfetto con la voce.

C’è sempre qualche segnale che tradisce la tensione, anche se può essere impercettibile all’orecchio umano.


Questa non ha una “direzione” specifica: c’è chi ha una voce più stridula, e chi al contrario parlerà con un tono più basso.


Una delle cose più da notare è la velocità




Rispondere all’istante è quasi sempre segnale che ci si sia preparati la risposta in anticipo.

Ma anche stare zitti a lungo, o con pause esitanti troppo numerose, è indice che qualcosa non va.

ATTENZIONE: quando una persona si convince che qualcosa è vera, magari solo perché la sente ripetere spesso, diverrà comunque parte della sua realtà.

Se anche un tempo sapeva di dire una bugia, ormai è diventata una cosa reale a tutti gli effetti, e non riuscirà più a distinguerla dalle menzogne.

Il suo corpo e il suo tono assumeranno questa come vera e si comporteranno di conseguenza.


Le tecniche più semplici per rivelare quando si mente, basandosi solo sull’ascolto, sono:

FAR DIRE AL ROVESCIO L'EVENTO 
DI SOSPETTA BUGIA 

La mente non riesce a processare alla stessa velocità la realtà e la bugia, quindi deve fare uno sforzo cosciente per riuscire a dire una menzogna al contrario.
Si parla di decimi di secondo, non di giorni, ma si nota facilmente la differenza se si fa raccontare una cosa vera a paragone.

NOTARE LE PAUSE 

Quando si mente possono diventare più numerose e con molti suoni di riempimento (come “ehmmm…” o “aaahh…”).

Questo è tanto più vero quando si parla di qualcosa di semplice o di un ricordo, ed è molto usato dai bugiardi AUDITIVI.

ATTENZIONE: quando invece si racconta qualcosa di molto difficile, come esporre un teorema scientifico, è probabile che si facciano molte pause per costruire frasi più convincenti.

NOTARE LA LUNGHEZZA DELLE FRASI 

Quando si mente si tende a frammentare in poche parole per volta ciò che si dice, come se si cercasse di completare un puzzle in cui mancano dei pezzi – le bugie appunto.

CALCARE ALCUNE PAROLE 

Forzare il tono può indicare che c’è una certa tensione, indice di probabile bugia.

Ad esempio, una frase come “sono molto felice di essere qui” diventa “sono molto FELICE di essere qui”.

Il cambio di tono è rilevatore che qualcosa sulla parola “felice” non va come dovrebbe

Con le bugie si può andare avanti in tutto il mondo, ma non si può mai tornare indietro -


LAPSUS FREUDIANI 


Dire una parola al posto di un’altra, in molti contesti è rivelatrice di cosa si pensa davvero

NOTARE LA FLUIDITA' 

Un discorso fluido e coerente è quasi sempre vero, mentre un discorso tentennante è spesso falso.

ATTENZIONE: molti segnali di questo tipo sono anche indici di tensione e imbarazzo, specie quando si parla di argomenti poco piacevoli


CHIEDERE A DISTANZA DI TEMPO DI RACCONTARE 
IL FATTO SOSPETTATO DI BUGIA

Ci saranno molti elementi in contraddizione, tanto più se si tratta di un uomo – le donne sono più abili a mentire, e ricordano meglio a chi hanno detto cosa e perché.




- frasi come “a dire il vero”, “a esser sincero”, “onestamente”, “indubbiamente” indicano che fino a quel momento non si è stati del tutto sinceri e che c’è un serio motivo per dubitare le parole “solo” e “solamente” servono per sminuire qualcosa di molto grave o importante.

Quando le sentite è probabile che non vi abbiano detto tutta la verità

-ribadire con forza che si sta dicendo la verità, con frasi come: “fidati di me”, “non ho ragione di mentire/perché dovrei mentirti?”, “credi che farei una cosa simile?”, “non mi abbasserei mai a tanto”, “non sono quel tipo di persona”, “ma sa chi sono io?” (segue titoli vari come dott, ing, cav eccetera), utilizzare come testimone della sincerità qualcosa di sacro come:

" Che Dio mi fulmini se mento
Giuro sulla tomba di mia madre/la testa di mio figlio
Dio mi è testimone
Giuro su Dio
Dio solo sa se mentirei su questo " 

rispondere a una domanda con: “non lo farei mai” vuol dire che, come possibilità, la si esclude NEL FUTURO.

È un trucco dell’inconscio che, sentendosi alle strette, dice la verità.

Ma lo fa in modo da far credere di averla sempre detta anche se non è vero

Mi racconti una fiaba? 
No, ti racconto una balla, così ti abitui - Altan

– usare risposte come “non penserai mica che…” o “mi stai accusando di aver fatto questo?” sono usate per far leva sull’onestà DI CHI CHIEDE.

La persona che si difende, così facendo, non è costretta a negare il fatto – e quindi a tradirsi.

Cammina con una persona integerrima per un chilometro e ti racconterà almeno sette bugie.
(Yamamoto Tsunetomo)

Tratto da sito : http://www.fabiopandiscia.it/

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